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vivere sparendo. ma non troppo

Storia di un uomo che ha scelto il bosco, i cavalli e la scrittura

La casa è di legno, bassa, larga il giusto. Non domina il bosco, non lo sfida: ci sta dentro. Al mattino il fumo esce lento dal camino e si disperde tra gli abeti come una cosa naturale, non come un segnale. Non c’è nulla che indichi presenza umana se non quel filo di fumo e il rumore del vento tra i rami. Dentro, però, non c’è l’immagine romantica dell’eremita che ci si aspetta. C’è una libreria enorme, stipata fino al soffitto, come un muro portante fatto di carta. È l’unico vero lusso. Carta, copertine consunte, volumi sottolineati. È il suo ultimo e forse unico legame fisico con la vita civile.

L’uomo che vive qui ha poco più di cinquant’anni. Non è scappato dal mondo per disperazione, né per follia. Ci è uscito con metodo. Ha scelto cosa portarsi dietro e cosa lasciare. Ha tenuto i libri, la musica, la scrittura, la tecnologia. Ha lasciato il rumore, la fretta, l’ansia permanente del tempo che scade.

Questa non è la storia di Into the Wild, dove l’avventura finisce male e la natura presenta il conto senza appello. È l’ipotesi opposta: cosa succede se l’esperimento riesce? Se l’isolamento non diventa fuga, ma sistema?

La casa l’ha costruita da solo, in più stagioni. Tronchi incastrati, fondamenta in pietra, tetto spiovente progettato per sostenere metri di neve. Quaranta metri quadri, non uno di più. Ogni spazio è pensato per avere più funzioni. Non esistono corridoi, non esistono angoli morti. Qui nulla è decorativo: tutto serve.

Al centro una stufa potente, alimentata da legna che lui stesso taglia, spacca e accatasta con disciplina quasi militare. Sa esattamente quanta legna consuma ogni inverno, quanta ne deve preparare entro ottobre, quanta può permettersi di sprecare. L’inverno, quassù, non perdona gli improvvisatori né gli ottimisti.

Accanto alla stufa c’è il tavolo da lavoro. Grezzo, pesante, costruito con assi recuperate. Sopra: quaderni, penne, un computer portatile, una tazza di caffè che fuma. Non c’è televisione. Non c’è nulla che trasmetta in modo passivo. Tutto, qui dentro, richiede un atto volontario: leggere, scrivere, ascoltare, suonare. Persino accendere una luce è una decisione, perché l’energia non è infinita, anche se il sole aiuta.

La libreria: l’unico vero lusso

La casa: minima fuori, complessa dentro

La libreria è il cuore pulsante della casa. Romanzi d’avventura, saggi naturalistici, filosofia, manuali tecnici, diari di viaggio. Non è un museo né un feticcio: è un arsenale. Ci sono autori che parlano di solitudine, di natura, di disobbedienza gentile, di rifiuto consapevole del superfluo. Non per imitazione, ma per confronto. La civiltà, per lui, non è l’asfalto o l’ufficio open space: è il pensiero organizzato.

A volte prende un libro a caso, lo apre, legge poche pagine. Non per studiare, ma per ricordarsi che non è il primo ad aver provato a ridurre il mondo all’essenziale.

Scrivere per vivere (e vivere per scrivere)

Si guadagna da vivere scrivendo. Non di nascosto, non come hobby. Scrive libri d’avventura, articoli naturalistici, reportage ambientali. Racconta ciò che fa e ciò che vede, ma soprattutto ciò che funziona e ciò che non funziona quando si prova a uscire dalla norma. Non idealizza il bosco, non demonizza la città. Descrive, misura, confronta.

È ben pagato. Ha editori, contratti, anticipi, collaborazioni continuative. La sua vita isolata non è una rinuncia economica, ma una razionalizzazione. Tutto è gestito informaticamente: email, cloud, firme digitali, fatture. Il bosco non gli ha tolto il lavoro, glielo ha restituito in una forma più pulita.

Scrive soprattutto la mattina e nel primo pomeriggio. Poi spegne tutto. La tecnologia qui non governa il tempo: lo serve. Internet arriva via collegamento satellitare, alimentato da pannelli solari sul tetto e da batterie che garantiscono autonomia. Non ci sono notifiche che squillano a vuoto, non c’è flusso continuo. La rete è una biblioteca: si entra quando serve, si esce senza sensi di colpa.

Musica: contro il silenzio assoluto

In un angolo della stanza ci sono tre chitarre acustiche. Le alterna a seconda dell’umore e della stagione. Suona bene, davvero bene. La sera, dopo aver sistemato gli animali, prende una chitarra e attacca vecchi brani anni Ottanta. A volte li suona, a volte li ascolta in streaming dal computer, con un impianto essenziale ma curato. Rock, folk, canzoni che arrivano da un tempo in cui il mondo sembrava meno frenetico, o forse solo meno urlato.

La musica non è nostalgia. È ritmo. È un modo per restare allineato all’umanità senza doverle stare addosso. Quando spegne tutto, il silenzio torna pieno, non vuoto.

Animali, cavalli e tempo biologico

Fuori dalla casa c’è un recinto grande, ben tenuto. Dentro, due cavalli. Sono il suo mezzo di trasporto. Non simboli, non ornamenti da cartolina: infrastruttura viva. Con loro si muove, carica, trasporta. Li cura, li ascolta, li rispetta. Sa che un cavallo non si forza: si accompagna.

Accanto al recinto dei cavalli c’è il carro. Legno e ferro, ruote robuste, riparabile con pochi attrezzi. Lento, affidabile. Non ha bisogno di carburante, non ha bisogno di strade asfaltate, non ha bisogno di assicurazioni. Ha bisogno di manutenzione, pazienza, tempo. Tre cose che qui non mancano.

Poco più in là c’è il pollaio. Galline per le uova quotidiane. Poi una mucca e alcune capre. Ogni mattina munge, raccoglie il latte, lo trasforma. Fa formaggi, yogurt, burro. Non mangia carne. È vegetariano, senza proclami e senza bandiere. Non per ideologia, ma per coerenza: vive di cura, non di predazione.

Il forno, il pane, il fuoco

Accanto alla casa ha costruito un forno a legna. Serve per fare il pane, cucinare, scaldare. Una volta alla settimana impasta, inforna, prepara le scorte. Il forno è cucina e riscaldamento, ma soprattutto rituale. Il fuoco non è un pulsante: è una responsabilità che richiede attenzione, presenza, rispetto.

L’orto completa il quadro. Patate, cavoli, legumi, cipolle, verdure di stagione. Conservazione, cantina, essiccazione. Qui il cibo non è intrattenimento, non è moda, non è storytelling: è pianificazione. Ogni errore si paga mesi dopo.

Una volta al mese: attraversare la civiltà

Una volta al mese carica il carro e scende verso la città più vicina. Non spesso, non volentieri, ma senza ostilità. Attraversa strade secondarie, incontra persone, entra nei negozi. Compra solo ciò che non può o non vuole produrre: caffè, tè, farina, vino di pregio, farmaci, bende, qualche attrezzo. Niente superfluo. Niente impulsi.

Sta in città poche ore. Poi risale. La civiltà la attraversa, non la abita.

Il denaro esiste, ma non comanda. Serve per stabilità, per sicurezza, per libertà di scelta. Non ci sono mutui, non ci sono rate, non ci sono debiti. I cavalli hanno sostituito l’auto, il carro ha sostituito il furgone. Ha ridotto la vita invece di aumentare il reddito. Il risultato è un paradosso moderno: guadagna bene e spende pochissimo.

Una giornata tipo

Alba: animali, latte, uova.
Mattino: orto, legna, manutenzione.
Tarda mattina: scrittura.
Pomeriggio: lavoro editoriale, consegne, letture.
Tramonto: cavalli, recinto, silenzio.
Sera: pane, forno, chitarra o musica online.
Notte: libri.

Non c’è eroismo. C’è continuità.

Solitudine scelta

La solitudine è il prezzo più alto. Non la fame, non il freddo. Il silenzio prolungato, l’assenza di testimoni, l’assenza di specchi sociali. Ma è una solitudine scelta, non subita. Diversa da quella raccontata nel film tratto da Into the Wild, dove l’isolamento diventa trappola e malinteso. Qui è equilibrio instabile, ma mantenuto giorno dopo giorno.

Epilogo

Non ha rinunciato al mondo. Ha solo deciso come restarci.
Forse il futuro non è fuggire dalla civiltà.
Forse è imparare a tenerla alla distanza giusta.


Una risposta a “vivere sparendo. ma non troppo”

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