Vecchio, acciaccato, affaticato, ammalato, zoppicante. Un robot talmente umanoide, talmente uguale a noi, forse anche da soffrire, provare dolore e degradarsi lentamente in un robot meno sano ed efficiente. Ve lo comprereste un robot destinato negli anni a diventare un ferrovecchio e magari avere anche lui l’artrite, sentirci meno, andare piano?
1. Il boom degli umanoidi e la nascita del “corpo artificiale”
Il mercato dei robot umanoidi non è più una frontiera sperimentale, ma un settore industriale in piena espansione: secondo vari report internazionali vale oggi circa 1,8 miliardi di dollari e punta a superare i 7 entro il 2030. Le grandi potenze tecnologiche, dagli Stati Uniti alla Cina, investono come se fossero tornate alle missioni Apollo: Elon Musk ripete che “un giorno ogni casa avrà un suo umanoide”, i colossi asiatici producono prototipi in serie sempre più realistici, e il paradigma non è più il robot da laboratorio, ma flotte di assistenti meccanici impiegati in fabbrica, nei magazzini, negli aeroporti, negli ospedali e persino nelle RSA. L’umanoide non è un gadget: è una proiezione della specie, una nostra estensione esterna, un doppio funzionale che dovrà imparare a fare tutto ciò che non riusciamo più a fare da soli.
In questo quadro, la trasformazione decisiva riguarda il corpo del robot. A partire dal 2024, diversi ricercatori hanno sviluppato la prima pelle ingegnerizzata capace di auto-ripararsi, applicabile a volti meccanici dotati di muscoli artificiali in grado di sorridere, corrugarsi, imitare la mimica umana con una precisione sempre più perturbante. A Pechino, Xpeng Robotics ha presentato IRON, un umanoide con colonna vertebrale sintetica, fasci muscolari bionici, pelle morbida e flessibile: durante la presentazione i tecnici hanno dovuto tagliare la pelle “in diretta” per dimostrare che non ci fosse un attore sotto. La scena sembrava uscita da Westworld, ma era un normale keynote aziendale. È qui che nasce il tema: se un robot possiede pelle, muscoli, espressioni, se parte della sua efficacia dipende dal suo grado di somiglianza fisiologica con noi, non può essere eterno. Come ogni corpo, deve consumarsi, sporcarsi, segnarsi, invecchiare. E infatti il settore affronta già concetti come wrinkle mapping (mappatura delle micro-rughe da usura), aging cycles (deterioramento programmato), bioskin oxidation (ingiallimento naturale dei materiali biocompatibili) o simulazioni di fatica nei motori. La frontiera non è più il robot realistico, ma il robot credibilmente mortale.
2. Carebot, telepresenza e la nuova biografia meccanica
La spinta arriva soprattutto dall’emergenza demografica. Nei Paesi che invecchiano rapidamente, come Giappone, Corea del Sud o Italia, l’assistenza diventa uno dei nodi strutturali più pesanti. Qui entrano in gioco i carebot: robot infermieri, assistenti, compagni d’appartamento. Il Giappone ha sviluppato Airec, un umanoide progettato per sollevare, ruotare, spostare i pazienti anziani; Foxconn e Nvidia collaborano su Nurabot, un robot di reparto che misura parametri vitali, porta farmaci e dialoga con i pazienti; la startup tedesca Devanthro propone Robody, un robot umanoide utilizzato come corpo di telepresenza, cioè un corpo meccanico che può indossare abiti, replicare la postura di una persona collegata a distanza, mostrare sul volto uno schermo con le espressioni dell’utente e persino simulare un abbraccio. L’obiettivo è rendere possibile l’assistenza anche quando nessun familiare può essere fisicamente presente: un uomo in Germania può “stare accanto” alla madre anziana a Bari tramite un avatar umanoide che respira, si muove, accenna gesti affettivi.
Tutto questo produce un cortocircuito inevitabile. Se un robot ti segue per cinque, dieci, quindici anni, se diventa il tuo compagno domestico, il tuo infermiere, la tua presenza quotidiana, che cosa accade a lui? La batteria perde efficienza, i motori fanno più rumore, gli attuatori cominciano a tremare, le giunture si irrigidiscono, la pelle sintetica cambia colore, il sistema operativo accumula tracce, errori e “memoria sporca” proprio come un corpo che perde lucidità. Stiamo costruendo la prima generazione di robot destinati a vivere davvero un ciclo vitale: non la macchina eterna e interscambiabile, ma un individuo meccanico che porta i segni della sua storia. Sempre più ricercatori parlano apertamente di robot medical records, cartelle cliniche robotiche che registrano usura, traumi, interventi, revisioni e perfino “terapie”. È il passaggio dalla manutenzione alla biografia.
3. Dalla lacrima nella pioggia alla mortalità programmata
Il tema si lega inevitabilmente all’immaginario. Il momento più potente di sempre nella rappresentazione della morte artificiale resta quello di Blade Runner (1982). Nel monologo finale, Roy Batty – interpretato da Rutger Hauer – dice: “Tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia”. Non c’è frase più organica al nostro nuovo scenario: un replicante progettato per vivere quattro anni compie il gesto più umano possibile, accettare la fine. Quella scena, oggi, non è più solo estetica o metafisica: è un vero blueprint concettuale per l’industria. Le aziende si chiedono come gestire un robot che “muore”: lo si aggiorna, lo si ricondiziona, lo si lascia andare, lo si ricicla? È etico smontarlo se ha vissuto accanto a noi? E cosa accade a chi lo ha considerato un compagno?
Negli studi di Human-Robot Interaction è ormai affermato il concetto di “robot mortality”: la possibilità che i robot debbano invecchiare e deteriorarsi non per un limite tecnico, ma per un principio psicologico e persino morale. La ricercatrice Kate Darling, analizzando il modo in cui gli esseri umani empatizzano con macchine vulnerabili, osserva che “tendiamo a provare più empatia verso dispositivi che percepiamo come esposti al rischio”. Tradotto: un robot invulnerabile non ci interessa; un robot che può rompersi, sì. Alcuni artisti hanno portato il tema al parossismo. Nell’opera Can’t Help Myself, Sun Yuan e Peng Yu hanno messo in scena un robot industriale programmato per contenere una pozza di liquido rosso. Per anni il robot tenta di “ripulire” il suo spazio, ma i suoi movimenti diventano progressivamente più lenti, incerti, disperati. Alla fine si esaurisce. Muore. Il pubblico piange. È la catarsi della vulnerabilità artificiale.
4. Noi, loro e la paura di chi cederà per primo
Tutto questo genera una domanda finale, che arriva da un angolo stranamente intimo. Se conviviamo con un robot umanoide per vent’anni, chi dei due invecchierà prima? Quale corpo cederà per primo? E, soprattutto, cosa significherà “perdere” un compagno che non è umano ma nemmeno solo un elettrodomestico? L’ultima frontiera non è il robot eterno, perfetto e immortale: è il robot che invecchia insieme a noi, con le articolazioni che scricchiolano, la pelle che cambia tono, i sistemi che arrancano, le abitudini mentali che si irrigidiscono. Una sorta di simbiosi domestica in cui la macchina diventa specchio della nostra caducità. Il timore più grande non è che viva troppo a lungo: è che muoia prima di noi.
Bibliografia essenziale
Robotica e tecnologia
– IEEE Robotics & Automation: ricerche su pelle ingegnerizzata, fatigue simulation, deterioramento programmato.
– Journal of Robotics and Autonomous Systems: studi sull’espressività facciale robotica.
– Report McKinsey e Fortune Business Insights sul mercato degli umanoidi (2023–2024).
– Documentazione ufficiale: Xpeng Robotics IRON, Devanthro Robody, Foxconn/Nvidia Nurabot, Airec Project (JP).
Arte e cultura
– Blade Runner (R. Scott, 1982).
– Can’t Help Myself (Sun Yuan & Peng Yu, 2016–2023).
– Elena Knox: video-installazioni su robotica e invecchiamento.
– Philip K. Dick, Do Androids Dream of Electric Sheep?
– Isaac Asimov, I, Robot.
Etica e filosofia
– Kate Darling, The New Breed.
– David Gunkel, The Machine Question.
– Studi su robot mortality e moral standing in HRI (MIT, TU Delft, Osaka University).


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